Il giardino Bramafam di Paolo Pejrone

Tempo fa vi parlai di Paolo Pejrone, famosissimo architetto paesaggista.

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Nato nel 1941, dopo essersi laureato n Architettura al Politecnico di Torino,
diventa allievo di Russell Page, uno dei più grandi architetti paesaggisti inglesi.

Inizia così la sua avventura di creatore di giardini :lavora in Italia, Francia, Svizzera, Austria, Arabia Saudita, Grecia, Inghilterra e Germania .

 

Nel 2013 Paolo Pejrone  è stato insignito del titolo di “Chevalier de l’Ordre des Art et des Lettres” dal Ministero della Cultura e Comunicazione di Francia.

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Nel curriculum dell’architetto residente a Revello anche l’essere ideatore della mostra-mercato  “Tre giorni per il Giardino” al Castello di Masino; fondatore e Presidente dell’Accademia Piemontese del Giardino; collaboratore di testate e riviste, autore di numerosissimi libri.

Oltre ad essere un architetto Paolo Pejrone è anche un giardiniere.

Infatti a Revello ( cn ) ha creato il giardino Bramafam, che apre in alcune occasioni speciali durante l’anno ai visitatori.

Tratto da ARTE E NATURA di Elena Accati – Daniela Piazza Editore

Il Bramafam ha 20 anni, possiede una pendenza assai accentuata in certe parti ed è caratterizzato da una ricchezza incredibile di specie arboree, arbustive, ma anche di fiori e di… animali.

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Uccelli (deliziosi canti di usignoli), lucciole, cicale, rospi, salamandre, ma anche gufi qui si trovano tutti a loro agio.

Si può a buon diritto parlare di “giardino abitato”, grazie al fatto che non vengono eseguiti trattamenti con prodotti chimici.

Nel giardino si riconoscono varie parti scandite da una diversa vegetazione scelta in funzione dei differenti microclimi che si riscontrano: l’orto, una area di sosta in cui domina una grande quercia, la valletta, una ripa scoscesa e assolata, il bosco, l’oliveto.

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Entrando nel giardino, che forse raggiunge il suo massimo splendore in maggio, si è accolti da due grandi e rigogliosi oleandri con fiori di colore bianco, luminoso e purissimo. Sono stati ottenuti da talee portate dall’Isola d’Elba. Qui si trovano perfettamente a loro agio,“sono piante robuste – afferma Pejrone – d’altra parte quelle non robuste si eliminano da sole”. Inoltre nel giardino di Bramafam si tende sempre più a prediligere specie che amano le alte temperature e tollerano modesti apporti idrici, in virtù dell’andamento climatico di questi ultimi anni.

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Il cuore del giardino è un bellissimo orto, ordinato (le parcelle sono delimitate dal bosso) e produttivo, grazie ad un terreno arricchito da compost e da buon letame maturo; l’acqua non è distribuita goccia a goccia, ma con grandi innaffiatoi (quando e quanta serve). La posizione ben riparata garantisce la possibilità di coltivare anche specie esotiche, come i banani (Musa cavendishii) che qui prosperano e d’inverno, afferma Pejrone, “spogli sono presenze forti di possente e grandiosa sicurezza”.

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Tutte le zone maggiormente in ombra nel giardino sono state ricoperte da folti gruppi di felci “grandissime alleate del giardiniere pigro”: infatti non richiedono nulla! La disposizione stessa delle piante indica una conoscenza perfetta delle loro esigenze, della loro ecologia,in definitiva, una comprensione del loro linguaggio.

Così la ripa secca e povera quanto a composizione chimica del terreno ospita salvie e iris, collezioni di rosmarini e di corbezzoli,filliree e viburni, cisti e sughere, papaveri della California e Ceanothus.

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Lungo la valle in cui un tempo c’erano solo robinie e rovi ora trovano posto camelie e azalee, tante magnolie,nelle specie più differenti e anche poco note,per giungere ad uno stagno circondato da bambù e vari grandi Gunnera manicata molto particolari, caratterizzate dall’avere lunghi piccioli e lamine fogliari che possono raggiungere anche il metro e mezzo di diametro.

Sulla collina è stato piantato un uliveto composto da un migliaio di piante scelte tra le cultivar meno sensibili al freddo, in grado di produrre un olio di grande qualità; il terreno in questione non era mai stato ad uliveto coltivato prima, per cui non è necessario alcun trattamento chimico come, invece, avviene quasi ovunque altrove con peggioramento della qualità del prodotto.

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Un punto focale del giardino è rappresentato dalla maestosa quercia di oltre 80 anni: è un richiamo alla sosta, alla pausa sotto la sua ombra invitante, alla conversazione sul giardino e sui giardini, ad ascoltare i suoni della natura, a pensare, a progettare.

Tante sono al Bramafam le fioriture che si succedono nel corso dell’anno: a dicembre gli ellebori ( Helleborus atrorubens, elleboro della Croazia) sono tra i più precoci, a febbraio alcuni iris, a marzo molte magnolie e i ciliegi, a maggio un tripudio di rose, tra cui la molto amata R. chinensis sanguinea “Maréchal Niel”, “Safrano”, la Rosa roxburgii che un tempo si chiamava R. microphilla per alludere alle piccole foglie, a giugno le peonie, in agosto gli agapanti, a settembre le ortensie come la superba “Vicomtesse de Vibraye” e così via.

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Le piante del giardino di Revello giungono da ogni parte del mondo: alcune sono stati amori a prima vista, altre invece sono state scoperte poco per volta come lo sconfinato regno delle euforbie ricco di tante sorprese.

Qui si lavora, si sperimenta, si sposta, si accumulano dati preziosi per tutti noi che amiamo il giardino e possiamo così fare tesoro dei risultati ottenuti da Paolo Pejrone!

Paolo Pejrone è autore di svariati libri tra cui:”II vero giardiniere non si arrende: cronache di ordinaria pazienza” o “In giardino non si è mai soli: diario a un giardiniere curioso”, ”
Un giardino semplice. Storie di felici accoglienze e armoniose convivenze”.

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Vi lascio con una sua piccola intervista molto interessante.

-Il lavoro nel giardino di Revello le è servito per la sua professione?
Tantissimo. I metodi che ho applicato nel mio giardino li seguo anche per quelli dei clienti. Dopo che ho spiegato loro come intendo debba essere il giardino, mi capiscono e accettano che non sia un luogo bloccato, ma di aspetto spontaneo, naturale. Un’entità vivente che ci accompagnerà nella vita. Le piante cresceranno insieme e potranno anche tornare allo stato selvatico perché non si tratta di un luogo statico.

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-Il suo è un wild garden?
Io preferisco definirlo shabby-chic, un luogo disordinato, naturale ma pieno di vita, dove anche le infestanti possono essere presenti, seppure sotto controllo; le piante ornamentali sono libere di crescere lussureggianti e vengono solo guidate con piccoli interventi. C’è anche la piccola fauna che anzi cerco di proteggere perché è utile. Coltivo dei bambù per permettere ai passeri di farci il nido, metto dell’acqua per invitare i rospi. Ci possono stare anche le collezioni di piante ma non a scapito di un’atmosfera di spontaneità. Non voglio che abbia la rigidità di un museo, non voglio che sia un giardino spic&span. Metto in pratica il principio del km 0, cioè il movimento dei materiali dentro il giardino è minimo, ad esempio l’erba di sfalcio del prato e le foglie vanno subito a finire sulle radici di qualche albero. Non ho un impianto di irrigazione; bagno solo nei primi due anni dopo l’impianto, poi basta la pioggia. Crescono più lentamente ma ciò riduce anche il lavoro di potatura. Non uso pesticidi contro le malattie, solo il verderame.

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Quando fa caldo le piante hanno le foglie in giù e ci dicono ‘abbiamo sete’. Non parlano, è vero,ma si muovono,fanno delle considerazioni. È il loro modo di dire: ci dai troppa acqua o, al contrario, ce ne dai troppo poca. E noi dobbiamo imparare a riconoscere le loro esigenze. Ad ascoltare la loro voce, liberandoci dal rumore del nulla che abbiamo intorno. Perché anche i giardini hanno un’anima.

-Quali sono allora le doti di un bravo giardiniere?
Grande osservazione, pazienza, buon umore e buon senso. Ma anche spirito pratico. Perché la teoria serve, ma è la pratica che fa il giardino. E poi per curare le piante bisogna essere estremamente generosi, disponibili.

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-Quanto conta la curiosità?
La curiosità è tutto. Bisogna leggere, informarsi, andare alle mostre, discutere con chi coltiva. Ma soprattutto imparare a conoscere il proprio terrazzo, il proprio giardino. Sapere cosa accade d’inverno, che cosa invece d’estate, riconoscere qual è il vento del nord. E spesso si va per tentativi e verifiche. Io ormai lo so, sono quarant’anni che mi occupo di giardini, ma in genere un paio d’anni di pratica bastano. Oppure un bravo consigliere.

-Com’è il suo giardino ideale?
Innanzi tutto deve essere un giardino felice.

-Si spieghi meglio…
Un giardino in cui le piante stanno bene, vengono piantate in maniera intelligente. Non devono soffrire. Perché il giardino non deve essere assolutamente un posto di costrizione, di sofferenza. Ma soprattutto non deve essere un luogo di esibizione, da tenere solo per farlo vedere ai vicini. Al contrario, il giardino e il suo giardiniere col tempo diventano complici, in qualche modo amici.

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-Già, ma come si fa a diventare “amici” del proprio giardino?
Si affronta la crescita insieme, insieme si combatte la battaglia contro i nemici esterni. E il giardino risponde a questa amicizia: vive, vive bene e dà frutti, dà verdura. Gli alberi diventano sempre più belli. Perché le piante sono molto più generose di quanto uno immagini. Ad esempio, stamattina uscendo di casa alle sei e mezzo, attraversando il cortile ho respirato il profumo dell’Olea fragrans che fiorisce tutti gli anni a settembre, puntuale come una tassa del demanio. Tutto intorno lo spazio era immerso in questo profumo affascinante e delicato. Un profumo che ti resta dentro. Ecco, io penso che c’è qualcosa di più di quello che uno vede, della pianta in sé: è un processo che si innesca, un processo di gioia.

-Lei come ha cominciato ad appassionarsi di giardini?
Quasi per gioco. Fin da piccolo ho cominciato a coltivare le piante nel mio piccolo orto, in un angolo di quello grande. Dapprima l’insalata, i ravanelli. Dall’orto poi sono arrivato al giardino.

-E dalla coltivazione alla progettazione…
Già. Ma non chiamatemi architetto. Io sono soprattutto un giardiniere.

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-D’accordo, ma da paesaggista, invece, come giudica la situazione dei giardini pubblici in Italia?
Come l’economia: un disastro. Soprattutto se pensiamo ai miracoli che hanno fatto negli ultimi anni in Spagna, in Francia, senza parlare di Inghilterra e Olanda che da sempre detengono lo scettro in questo campo. Da noi, invece, la burocrazia ammazza la progettazione. E accanto a una cattiva amministrazione c’è anche una scarsa sensibilità da parte dell’utente, dei cittadini che non hanno rispetto per il verde pubblico. E’ tutto da rivedere. E bisogna darsi da fare al più presto.

-Che consigli darebbe, inflne,a un giovane che si avvicina al mestiere di giardiniere?
Non ci sono segreti: il mio consiglio è uno solo. Di avere tanta pazienza. Che alla fine i miracoli avvengono.

Se volete vedere qualche scorcio del suo giardino vi lascio a questa intervista in francese :

 

( alcune foto sono di Rosanna Castrini)

 

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