Monet e il suo giardino

«Il giardinaggio è un’attività che ho imparato nella mia giovinezza quando ero infelice. Forse devo ai fiori l’essere diventato un pittore».

Il giardinaggio è una mia grande passione. Non potendo ” esercitarlo ” molto d’inverno,passo il mio tempo libero in cerca di ispirazione. Tra libri ,testi e blog mi è saltato fuori  questo bellssimo articolo su Monet e la sua grande passione per il giardinaggio. Mi è piaciuto così tanto che ho deciso di proporvi qualche stralcio perchè lo trovo veramente curioso.Dipinge bene l’uomo Claude Monet.Buona lettura..in attesa della primavera.


 

Claude Monet si lascia andare a questa insolita confidenza negli anni della maturità, quando la sua vista declina.

Cresciuto in un paesino a nord di Le Havre, sulla costa normanna, in una famiglia costretta ad affittare stanze per far quadrare il bilancio, ha iniziato giovanissimo a ritrarre il paesaggio circostante su album da disegno. Eugène Boudin, appassionato da scene marine, lo incoraggia a dipingere all’aria aperta. Monet sostiene che con Boudin «i miei occhi si sono aperti e ho veramente capito la natura». Stoico, impervio al sole e al gelo, il pittore trascorre giornate intere a osservare i cambiamenti della luce riflessa sul mare, sulla facciata di una cattedrale, su un covone di grano, su un paesaggio innevato.

In piedi prima dell’alba, pensa che dipingere il giardino che ha creato, attorno alla casa rosa di Giverny, sia «un atto di fede, un atto di amore e di umiltà».

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Quando inizia a concepire quello che è oggi il giardino più visitato al mondo, in Occidente, per la sua estensione, Monet ha ambizioni modeste.

Vuole coltivare dei fiori da ritrarre quando fuori fa cattivo tempo. Mette a dimora semi, bulbi e piantine da solo. I suoi figli annaffiano alla sera.

Il critico d’arte Octave Mirbeau lo descrive bruciato dal sole, in maniche di camicia e felice, «le braccia ricoperte di fertile terra nera».

L’acquisto della casa di campagna a 50 chilometri a nord di Parigi, in Normandia, coincide con l’impennata dei valori delle tele dipinte da questo “impressionista” reduce da anni di ristrettezze economiche.

Monet, dopo aver provveduto alle necessità della sua famiglia numerosa e allargata, concentra le sue energie e le sue risorse economiche nella creazione del suo giardino.

In un articolo del 1901 per “Le Figaro”, Arsène Alexandre nota che: «L’uomo che a Parigi sembra laconico e freddo è completamente diverso qui: gentile, sereno, entusiasta. Quando un motivo lo porta nel territorio dei boulevards, ha un sorriso che prende una piega ironica o sarcastica. Nel suo giardino, fra i suoi fiori, emana benevolenza. Per mesi di seguito, l’artista si dimentica dell’esistenza di Parigi; i suoi gladioli e le sue dalie lo sostengono con la loro superba raffinatezza – e fanno sì che lui si dimentichi della civiltà».

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Prima di acquistare la proprietà di Giverny, Monet è già un giardiniere esperto.

Ha coltivato fiori e piante in varie case affittate, con spazi all’aria aperta. A Vétheuil, su una ripa scoscesa che scende verso la Senna, mette a dimora girasoli gialli e nasturzi arancioni. Il pittore ama il contrasto di questi colori caldi con il blu del fiume e l’azzurro del cielo primaverile.

Il giardino di Monet a Giverny

L’amico Auguste Renoir lo ritrae mentre dipinge un giardino ricco di cespugli di rose fiorite ad Argenteuil, un paesino poco distante da Parigi.

Anche Edouard Manet ci ha lasciato un ritratto di Monet, della prima moglie Camille-Léonie Doncieux e del figlio Jean nel giardino della casa di Argenteuil. Il futuro creatore di Giverny è chino su dei fiori rossi, forse dei papaveri o dei gerani. Accanto, sull’erba, c’è un grosso innaffiatoio grigio.

L’amico con cui condivide di più la nascente passione per il giardinaggio è il pittore Gustave Caillebotte. Proprietario di un vasto giardino dotato di una serra di notevoli dimensioni a Petit-Gennevilliers, Caillebotte crea lunghi parterre stretti, lunghi e dritti che ama dipingere perché creano delle prospettive inusuali. Monet ricrea le stesse rigorose aiuole a Giverny, con l’intento, però, di farle traboccare di piante, fiori e colori.

Attento osservatore della natura, Monet è un camminatore instancabile. Lo incanta un prato dove fioriscono papaveri rosa e rossi, sullo sfondo di cespugli di salvia grigio argento. Le vibrazioni della luce sull’acqua, l’effetto generato dalla foschia in un giorno caldo e umido, il lieve scompiglio creato da una brezza nel fogliame: Monet contempla per tutta la vita il mondo che lo circonda, attento alla minima variazione, al più piccolo cambiamento. Dichiara una volta che solo due cose lo appassionano: «la pittura e il giardinaggio».

Acquistata nel 1890, la proprietà di Giverny finirà per consistere in tre aree distinte.

Il giardino dei fiori, detto Clos Normand, nasce di fronte alla facciata della casa.

Al di là della ferrovia, in un terreno paludoso, il pittore crea, a fatica e dopo essersi scontrato con le autorità locali, il suo giardino acquatico dove metterà a dimora le ninfee.

L’orto e gli alberi da frutta vengono coltivati in una proprietà separata, la Casa Blu.

Ogni settore occupa all’incirca un ettaro di terra. Quando Monet si insedia nella casa con la seconda moglie Alice Hosched, i figli di lei e i suoi due figli, un frutteto composto da meli e pruni, vecchi e malandati, circonda l’edificio. Il pittore decide di far abbattere alberi per creare un giardino composto esclusivamente da fiori. All’epoca era un’idea innovativa e bizzarra. Secondo Derek Fell, autore di quello che è forse il libro più istruttivo su quest’opera: «The Magic of Monet’s Garden» (Buffalo, NY, 2007), il lavoro inizia con l’arrivo di carrettate di terra di buona qualità, di letame e della torba necessaria per contrastare l’alcalinità del terreno e creare l’humus leggermente acido di cui Monet ha bisogno per ottenere ricche fioriture.

Col tempo e con l’esplosione della sua passione botanica, Monet assume un giardiniere capo e fino a otto assistenti.

Se è in viaggio, il pittore manda istruzioni per lettera: «Piantate 300 vasetti di papaveri, 60 vasetti di piselli odorosi, 60 vasetti di argemone (papaveri bianchi spinosi) e 30 papaveri gialli. In serra seminate la salvia blu e le ninfee. Mettete a dimora dalie e iris palustri… Se arrivano le peonie, mettetele subito in terra, se il tempo lo permette, ma fate in modo di proteggere i butti dal gelo e dal sole. Potate – non permettete alle rose di estendersi troppo a parte le varietà più antiche e spinose. A marzo seminate l’erba, dividete le piantine di nasturzio, e abbiate cura delle gloxinie e delle orchidee nelle serre calde e fredde. Piantate i parterre come stabilito. Mettete i fili di ferro per far salire le clematidi e le rose rampicanti. Se fa brutto tempo fate stuoie di giunco, ma meno spesse dell’altra volta. Piantate i getti delle rose del giardino acquatico nello stallatico attorno al pollaio. […] piantate immediatamente i girasoli perenni e attivate la rinascita dei crisantemi».
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È piuttosto raro che Monet sia lontano da Giverny quando arriva la primavera. Invita gli amici in un giorno preciso perché ammirino nel momento più favorevole la fioritura degli iris barbati piantati in massa. Oggi il giardino ricreato ospita più di centomila tipi di piante.

Claude Monet si occupa di Giverny per quarant’anni.

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Lo modifica, lo espande, ma prima di aggiungere una nuova specie botanica al giardino, la mette a dimora nei parterre creati apposta, vicino alla serra, per vedere se lo soddisfa, se gli piace.

Legge cataloghi di bulbi e sementi e riceve tutte le riviste specializzate in giardinaggio. Nella sua biblioteca ci sono molti volumi dedicati alla coltivazione delle piante e al paesaggismo. Tiene i contatti con molti vivaisti specializzati. Per gli effetti pittorici che insegue senza tregua, predilige i colori forti e brillanti nelle sue aiuole.

Ancora oggi a Giverny le piante vengono messe in terra molto ravvicinate, per ricreare l’originario ammasso di generose fioriture. I tulipani rossi, rosa, arancioni e gialli annunciano l’arrivo della primavera. Fioriscono i ciliegi giapponesi, i lillà e le digitali. Seguono gli iris barbati blu, azzurri e viola. D’estate si schiudono i gladioli nelle tonalità rosso, giallo e arancione, con i phlox, i cosmos, le hemerocallis, gli eremurus, i verbaschi e la cleome hassleriana. Monet ama i gigli, soprattutto la varietà giapponese profumata, il Lilium auratum. Le dalie rosso fuoco fioriscono fino all’autunno inoltrato, quando sbocciano gli aster e i crisantemi.

Si è detto a lungo che Monet non voleva ibridi e fiori doppi nei suoi parterre, ma in realtà tutti i suoi tulipani erano ibridi, come le rose, gli iris, i gladioli e le ninfee. Il pittore è disposto ad andare in Olanda e in Inghilterra per osservare le nuove creazioni degli ibridatori. Vuole essere il primo a utilizzare una nuova sfumatura o una nuova combinazione di colori. Usa fiori bianchi, come le margherite, i myosotis e gli Hesperis matronalis per far risaltare i fiori dalla tinta più vivace. Ama i fiori semplici, perché i petali lasciano passare la luce, ma apprezza anche l’impatto creato dalle voluminose infiorescenze delle dalie “Cactus”.

Monet ha acquistato nel tempo da diversi vivaisti: fra cui Georges Truffaut, Vilmorin e Moser & Fils (creatore della famosa clematide Nelly Moser). Per le peonie ibride si rivolge a Blackmore & Langdon, in Inghilterra. Va regolarmente a visitare i semenzai della celebre ditta britannica Thompson & Morgan, da cui acquista migliaia di bustine di semi. Per le ninfee, invece, si rivolge al vivaio Latour-Marliac, ancora in esistenza. In un tempo in cui esistono solo ninfee bianche in Francia, Monet scrive una lettera ammirata a Joseph Bory Latour-Marliac quando riesce a creare un ibrido di ninfea rosa. Amici giapponesi come il mercante Kuroki e la moglie, principessa Matsukata, inviano in dono all’artista peonie dal fiore semplice quando lui inizia ad appassionarsi all’estetica del paese del Sol Levante. Thompson & Morgan creano un ibrido di papavero orientale battezzato Monet, in onore del loro illustre cliente. Purtroppo è un fiore ormai scomparso.

Dalle passeggiate sulle colline che circondano la sua proprietà, l’artista riporta semi di fiori selvatici, che getta nelle aiole. Considera papaveri dei campi, primule gialle, violette, margherite, fiordalisi e digitali «l’anima del giardino».

Giverny non è stato creato in un solo giorno. Ha richiesto pazienza, errori, mutamenti, ragionamenti. Nella ricerca degli accostamenti di colori che gli danno maggiore soddisfazione, Monet trova una fonte di ispirazione negli scritti della paesaggista inglese Gertrude Jekyll. Sofferente anche lei di problemi alla vista, la Jekyll ha lavorato tutta la vita sugli accostamenti cromatici che funzionano meglio negli spazi coltivati dall’uomo. Sugli archi di ferro che dissemina nel suo giardino, Monet fa arrampicare clematidi azzurre e nasturzi rampicanti gialli e arancioni. Accosta rose rosse “American Pillar” e clematidi di un blu tendente al violetto. Mischia il giallo pallido dei fiori di caprifoglio al rosso rubino delle rose “Blaze”. Monet ama i contrasti: giallo e viola, arancione e blu, rosso abbinato al rosa e al verde. Sperimenta anche con il bianco e il nero, il nero e l’arancione e le piante a foglia grigia per far risaltare il contrasto fra il rosso e il verde. Per il “nero” usa piante come il tulipano, la scabiosa, le viole e gli iris in tonalità viola molto scuro.

Con la cateratta che limita la sua capacità di osservare i dettagli, il pittore mira a creare masse di colore che catturano la luce, riflettendola. È la creazione di una vibrazione, di un bagliore, il tremolio creato dalla luce a interessare Monet.

Nel Clos Normand viene messa a dimora una quantità impressionante di piante. Campanule crescono all’ombra di prunus ornamentali, narcisi fioriscono sotto ai meli da fiore, ortensie, malvoni, verbaschi e lupini crescono sotto ai lillà. Ai nasturzi, le amate “capucines”, è permesso invadere il largo sentiero di ghiaia che porta alla casa, ombreggiato da un pergolato ricoperto di rose rampicanti. Peonie e papaveri orientali svettano nei parterre. La penombra è adatta alle primule candelabro, ai rododendri, all’Erysimum cheiri. I fiori di cosmos, i gigli, i delphinium, le piante di lavanda e i gerani rossi contribuiscono all’allegria estiva.

Dopo lunghe discussioni, Monet riesce a convincere la seconda moglie, Alice Hoschedé, a tagliare gli abeti e i cipressi che tolgono luce al giardino. Le peonie, che all’inizio vengono coltivate separatamente, come fiori da taglio per riempire i vasi in tutta la casa, si spostano nei parterre. Sono forse il primo segno della passione che nasce in Monet per i giardini giapponesi.

 

IL GIARDINO ACQUATICO – Dopo dieci anni trascorsi a inventare le Clos Normand, e a ritrarre su tela col suo tocco rapido le abbondanti fioriture in colori primari, Claude Monet rivolge la sua attenzione al terreno che si trova in fondo alla proprietà, oltre alla ferrovia. Compra la terra intrisa di umidità e decide di creare un giardino acquatico.

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Non è un’impresa facile. Il pittore, che in quel momento ha 53 anni, deve deviare il corse di un fiume, il Ru, per far entrare acqua fresca e ossigenata nello stagno. Chiede il permesso alle autorità locali per costruire due ponti di legno e istallare una pompa che, promette, non abbasserà il livello dell’acqua del connesso fiume Epte. Monet garantisce anche che intende solo coltivare piante acquatiche. Gli abitanti di Giverny sono sospettosi. Temono che le ninfee e gli altri cultivar esotici che l’artista vuole mettere a dimora si propaghino nei letti dei fiumi circostanti, avvelenando l’acqua.

Dopo un rifiuto iniziale, Monet chiede di nuovo il permesso di creare un giardino «che delizi gli occhi» e che provveda a fornirgli «soggetti da dipingere». Il giornalista C. F. Lapierre, molto influente nella regione, lo appoggia con una campagna stampa. Il prefetto cede e Monet ottiene il permesso di iniziare i lavori.

Nasce così lo stagno, che poi verrà notevolmente ingrandito. Intorno allo specchio d’acqua, salici piangenti dai rami ricadenti, bambù, ciliegi ornamentali giapponesi, ginkgo biloba si aggiungono ai pioppi e alle betulle già esistenti. Viene creato un sentiero serpeggiante lungo la riva, bordato da eriche, rododendri, kalmie, felci, azalee e ortensie. Le radici delle ninfee sono collocate in basi di cemento sul fondo del laghetto, perché le piante non dilaghino, diventando infestanti. Ormai c’è un giardiniere che si occupa solo di questo nuovo spazio. Il ponte è di chiara ispirazione giapponese. Ma invece di dipingerlo di rosso corallo, come i ponti che si vedono nelle stampe di Hokusai e di Hiroshige, lo fa tinteggiare di un verde brillante. In un secondo tempo crea una pergola sopra al ponte, coperta di glicini viola e bianchi. Nel corso degli anni il bosco circostante si arricchisce di nuovi alberi: cotogni giapponesi, ontani, tamerici, agrifogli, frassini. Nella penombra vengono messi a dimora cespugli di lamponi, agapanthus, lupini, rododendri e ciuffi di erba della Pampa.

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Affascinato dalle potenzialità di questo nuovo luogo, silenzioso e tranquillo, Monet lo osserva a lungo, lo lascia evolvere, prima di iniziare a ritrarlo su tela. «Mi ci è voluto molto tempo per capire le mie ninfee. Le avevo piantate per il gusto di piantarle, e le ho coltivate senza pensare di ritrarle… Non si assorbe un paesaggio in un solo giorno», dichiara il pittore. Chiamando i suoi primi quadri «impressioni», ha dato il nome al movimento che ha cambiato la storia dell’arte nella seconda metà dell’Ottocento in Francia: l’Impressionismo.

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Monet arriva al laghetto prima dell’alba. Insiste con gli amici perché lo vedano prima del tramonto, quando si chiudono i fiori di ninfea. Compra una barca di legno, che poi munisce di una tettoia, per scivolare sull’acqua.

Dipinge dalla barca, legata a terra da una corda. O da terra, con vista sul ponte e sul suo riflesso che rende l’immagine perfettamente circolare.

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La figliastra Blanche, che ha curato lo spazio verde dopo la scomparsa del pittore, ha scritto che, per Monet, il giardino «era l’unica distrazione dopo la fatica e l’impegno spossante che metteva nella sua pittura».

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Di natura introspettiva, oggi il giardino lacustre di Monet viene considerato un cup garden, un giardino a forma di coppa nella tradizione giapponese. «Se davvero avete bisogno di trovarmi un’affiliazione, scegliete i giapponesi del passato», dice Monet a un giornalista. «Il loro gusto rarefatto mi è sempre piaciuto e apprezzo le implicazioni di una visione estetica che evoca una presenza con un’ombra e il tutto attraverso un frammento»

Monet, però, non accetta tutto quello che viene amato nel paese del Sol Levante: non ama i bonsai, e neanche le cascate. E anche se inizia ad apprezzare i fogliami sovrapposti in lontananza, continua a mettere macchie di colore vivace che si riflettano nell’acqua: iris viola e gialli, astilbe rosa e azalee porpora.

Con la scomparsa della moglie Alice nel 1911, seguita da quella del figlio Jean tre anni dopo, Monet soffre di momenti di grave depressione negli ultimi anni della sua vita. Perde anche due cari amici: Paul Cézanne e Pierre-Auguste Renoir. Nel 1914, quando scoppia la prima guerra mondiale, i suoi giardinieri lo abbandonano.

La sua vista è compromessa e soffre di enfisema. In pieno conflitto, nel 1916, costruisce uno studio per terminare le sue ninfee. Si mette all’opera e crea pannelli, chiamati Grandes Décorations, che ammutoliscono chi li contempla, con la loro trasognata magia. Durante la guerra rifornisce di verdura fresca l’ospedale per soldati feriti di Le Prieuré. Al termine del conflitto Monet promette di regalare le sue ninfee al governo francese. I suoi giardinieri sono tornati. E lui si raccomanda, mentre liberano il suolo dalle erbacce: «Controllate che la terra di compostaggio sia diventata soffice e friabile».

Quasi cieco, lavora alle ninfee fino al 1925, fra dubbi, ripensamenti e momenti di sconforto. In novembre viene a fargli visita lo statista Georges Clemenceau.

Il proprietario di Giverny racconta che ha appena ricevuto una spedizione di bulbi di gigli giapponesi. «Vedrete la loro bellezza in primavera. Io non ci sarò più», dice il pittore all’uomo politico che lo ama e lo incoraggia. Claude Monet si spegne il 5 dicembre del 1926. Lascia scritto: «Seppellitemi come un uomo del posto. Voglio solo parenti dietro al feretro. E soprattutto ricordatevi che non voglio né fiori né corone al mio funerale. Sono onori vani. Sarebbe un sacrilegio fare razzia dei fiori del mio giardino per un’occasione del genere».

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Articolo di Delfina Rattazzi
29 aprile 2009

Per il Corriere della Sera 

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